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ADULTI |
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Massaggio Infantile A.I.M.I.
Biodanza Sistema Rolando Toro
Per Genitori Incontri e Corsi |
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BAMBINI |
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Ludoteca Spazio-Gioco .
Circo-Teatro Laboratori
Psicomotricità Percorsi Psicomotori
Giocomotricità Muoversi Giocando
Laboratorio Musicale Giocando
Francese - Inglese Giocando
Compiti Senza Problemi Giocando
Attività Estive Campi e Iniziative |
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Favole
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LA MAGIA DELL |
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C’era una volta, in cima ad una montagna, un castello di cristallo dove abitava un principe dai capelli rossi con i suoi genitori: il principe era ammirato da tutti per la sua bontà e la sua gentilezza verso il prossimo.Un giorno, tutto d’un tratto, arrivò la strega delle nevi in groppa ad un drago speciale:questo, anziché sputare fuoco, sputava cubetti di ghiaccio.
Quando il drago attaccò, sputò tanti cubetti di ghiaccio fino a congelare il castello e i genitori del principe.La strega li portò nelle segrete del castello e li rinchiuse in una cella buia e fredda.Tutto il regno si ricoprì di neve e di gelo e la tristezza si diffuse nel paese.Il principe partì in cerca di aiuto, vagando per le bufere delle nevi: era tutto infreddolito,affamato e ,visto che vagava da un giorno, era pure stanco.
Quando sembrava non ci fosse più nulla da fare,trovò una grotta,entrò, accese un fuoco e poi si accorse che la grotta era già abitata; in un angolo un grosso orso piangeva dicendo: - “Con questo inverno continuo non ho più da mangiare!”-Il principe sentì tutto e voleva parlare con lui; ma appena aprì la bocca, l’orso fece un ruggito per spaventarlo.
Il principe, coraggioso, si avvicinò e gli disse:-“ Non piangere, amico orso! Vedrai che troveremo qualcosa da mangiare! Se fossi ancora in possesso del mio castello ti darei 300 botti del miele più buono del reame”.L’orso si commosse di fronte alla generosità del principe e gli disse:- “ Ti voglio aiutare: ti donerò il mio cane San Bernardo con la sua grappa magica.
Il principe partì e arrivò al castello.Trovò la strega e il drago che si divertivano a congelare tutto quello che trovavano e a comandare.Il cane saltò addosso alla strega e la bloccò in un angolo; il principe fece bere la grappa al drago che invece di sputare cubetti di ghiaccio, sputò fuoco.Il drago cominciò a correre disperato e ,sputando fuoco,sciolse la strega e tutto il ghiaccio del castello.
Poi il principe e il cane scesero nelle fredde segrete, gettarono la grappa magica sui cubi di ghiaccio in cui erano rinchiusi i genitori e come per magia, il ghiaccio si sciolse. Nel frattempo il drago sputò talmente tanto fuoco da far arrivare la primavera: il mondo si riempì di colori e gli uccelli cominciarono a cantare, i fiori sbocciarono, gli alberi si riempirono di frutti, gli animali uscirono dal letargo e i bambini giocavano felici. Una principessa venne a sapere delle gesta del principe e decise di sposarlo;l’orso visse per sempre al castello e da quel giorno vissero tutti felici e contenti (drago compreso).
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Una domenica all |
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Immaginate un bel prato di primavera, ricco, anzi ricchissimo di fiori colorati. I papaveri, le margherite, il trifoglio violetto e poi tanti altri fiori gialli, bianchi, viola e azzurri. Poi immaginate una fresca giornata con il cielo azzurro e il sole caldo. Ecco, proprio su un prato così il piccolo Tommaso si era addormentato in un pomeriggio di primavera.
Tommaso era arrivato la mattina con la sua mamma e il suo papà per passare un po' di ore all'aria aperta. La mamma aveva preparato un cestino con qualche panino, della frutta e una bella crostata fatta dalla nonna. Prima di pranzo aveva giocato a palla con il papà, mentre la mamma leggeva un libro all'ombra di un grande albero. All'ora di pranzo aveva mangiato un panino, una fetta di crostata e si era steso all'ombra, accanto alla mamma e al papà, per fare un breve pisolino.
Quando si risvegliò dal suo sonnellino vide che mamma e papà dormivano ancora e decise di non svegliarli. Si rimise le scarpe e si allontanò piano per non fare rumore. Senza il controllo della mamma e del papà, pensava, avrebbe potuto fare un sacco di cose, si sentiva tutto agitato. Pensa e ripensa, però, non gli veniva in mente nulla che fosse particolarmente avventuroso e, allo stesso tempo, silenzioso.
Mentre continuava a pensare e a grattarsi la testa in cerca di idee, gli venne in mente che il giorno prima la maestra gli aveva parlato di un insetto molto bello che si chiamava "coccinella". Tommaso non ne aveva mai vista una, ma in classe l'avevano disegnata e pensava di poterla riconoscere.
Della coccinella sapeva che era molto piccola, più o meno come l'unghia del suo dito mignolo e che aveva le ali rosse con dei pallini neri e la testa nera con delle belle antenne. Ma quello che più aveva colpito Tommaso era che le coccinelle portano fortuna. Ecco!, pensò, andrò in cerca di coccinelle e le catturerò tutte quante, così sarò fortunato! Cominciò a camminare lentamente per il prato guardando attentamente verso il basso.
Cerca e cerca…finalmente riuscì a trovarne una. Era posata sul petalo di una margherita. Il piccolo Tommaso fu molto sorpreso di scoprire che era molto più bella di come l'aveva immaginata. Quando avvicinò un dito per toccarla, la coccinella prese subito il volo e si allontanò rapidamente.
- Che peccato!- disse a bassa voce -e ora come la riprendo?-
Una vocina che proveniva da lì vicino gli rispose -non provare a riprenderla!-
Tommaso spalancò gli occhi dallo stupore e chiese -chi ha parlato?!?-
-sono stata io a parlare!!-
-ma io non vedo nessuno!- rispose Tommaso
-uuuuffff….qui vicino al papavero, mi vedi?-
-No!-
-allora fai una cosa…metti la tua mano come se dovessi ricevere una caramella-
Tommaso lo fece e in un istante si ritrovò sulla mano una bambina piccolissima con dei folti capelli rossi, gli occhi nerissimi, la boccuccia imbronciata, un vestitino azzurro e due piccole ali trasparenti.
La bambina se ne stava in piedi a braccia conserte in segno di sfida e disse -io sono Whilie-
-io Tommaso-
-mmm…vedo che sei un bambino…ho visto un disegno sul libro di mia sorella… - e cominciò a ridere, ma non voleva offendere Tommaso, solo che l'emozione di vedere un bambino vero la rendeva nervosa e lei quando era nervosa cominciava a ridere.
-e tu, invece, cosa sei?- rispose Tommaso curioso
-sono un'elfo dei prati!- disse Whilie molto sorpresa e aggiunse -ma come?!? Noi studiamo voi e voi non sapete nulla di noi?-
-no! Sui libri voi non ci siete-
-allora è per questo che volevi rubare la mia amica coccinella, non sai che non si può…-
-perché non si può? Chi me lo vieta?- rispose Tommaso con un po' di arroganza
-non si può perché ognuno nel mondo ha il suo posto-
-vuoi dire che nessuno può cambiare posto?-
-oh no, no, no! Non intendevo questo, certo che lo può, ma lo deve decidere da solo!-
-ahhhh…..forse ho capito…però adesso come faccio a portarmi a casa la fortuna?-
-ma questo è semplicissimo!- disse Whilie con un gran sorriso -basterà che una coccinella si posi su di te!-
-Però adesso è scappata! Come farò?!?!-
-Anche questo è molto semplice e mi stupisce che tu non lo sappia, non c'è proprio niente sui vostri libri!-
-Dai…dimmelo!!!-
-Ma certo! Per essere fortunati bisogna…-
-Tommasooooooo!!!!!- era la voce della mamma e Tommaso si spaventò moltissimo perché era tutto occupato ad ascoltare la piccola Whilie
-sono quiiiiiiiii!!!- rispose Tommaso senza capire come aveva fatto ad allontanarsi così tanto
-è ora di andare, torna quaaaa!-
-immagino che quella sia tua mamma…- disse Whilie
-sì, infatti, ma dai, dimmi qual è il segreto della fortuna- disse Tommaso molto incuriosito
-lo capirai da solo imparando a scoprire quello che i libri non dicono, disse Whilie spiccando il volo, e…ricordati…la fortuna non si ruba, MAI!- e dicendo questo sparì volando incredibilmente veloce verso il bosco in fondo alla valle.
Tommaso tornò allora verso i genitori e li seguì verso casa. Si fece però promettere che sarebbero tornati presto a giocare su quel prato così bello perché c'erano ancora molte cose che doveva scoprire.
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Tutti in cerca di Camillo |
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Questa è la storia di Carletto e Camillo, due cagnolini molto simpatici che si trovarono a vivere un'avventura inaspettata.
Carletto e Camillo, erano buonissimi amici ed erano sempre andati molto d'accordo. Vivevano da molti anni sul cucuzzolo di una verde collina. La loro casetta di legno era molto grande e spaziosa, calda d'inverno e fresca d'estate. Un gentile signore si preoccupava di fargli trovare ogni giorno le ciotole colme di gustosi pranzetti.
Ogni tanto soffrivano un po' per la mancanza di Giulia, la loro padroncina. Una bimba riccia e cicciottella che li amava moltissimo, ma poteva vederli una sola volta la settimana.
Insieme a Giulia i due cagnolini facevano lunghe passeggiate nel bosco degli gnomi e con loro si fermavano spesso a mangiare pasticcini. I pasticcini degli gnomi erano buonissimi, ma molto piccoli e i tre non rischiavano certo di fare indigestione.
Quando Giulia non c'era i due amici s'intrattenevano spesso a chiacchierare con la gatta Piera e dividevano con lei i pranzetti. Facevano poi lunghe corse cercando d'ingannare il tempo con giochi e scherzi d'ogni tipo.
In uno di questi giorni in cui Giulia non sarebbe venuta, successe che Carletto decise di fare una passeggiata nel bosco. Avrebbe voluto chiedere a Camillo di accompagnarlo, ma vedendolo impegnato a giocare con i gattini di Piera, pensò di fare un giretto da solo. Oltretutto - pensò - non dovrò dividere i pasticcini con lui!. Non vi ho detto che Carletto era un cane molto buono, ma aveva un difetto: era un ingordo!. Fu così che se ne andò nel bosco degli gnomi da solo e passò lì tutto il pomeriggio.
Gli gnomi, infatti, sono molto cordiali e sono così contenti di ricevere ospiti che fanno di tutto per trattenerli il più a lungo possibile.
Quando Camillo si accorse che Carletto era sparito da molte ore, cominciò a preoccuparsi e decise di andarlo a cercare. La gatta Piera non aveva tempo di accompagnarlo perché doveva dare da mangiare ai suoi gattini. Si raccomandò di fare presto che stava per calare la notte. Camillo rispose che non avrebbe fatto tardi e s'incamminò.
Piera, rimasta sola con i gattini, cominciò ad avere un po' paura. Dopo pochi minuti arrivò di corsa Carletto, aveva il fiatone ed era sconvolto, disse a Piera di aver visto Camillo salire su una macchina rossa e nera. Un uomo molto robusto l'aveva catturato. Carletto e Piera passarono una notte molto agitata, non dormirono mai. Cercavano di trovare una soluzione. Il mattino arrivò. A Piera venne l'idea di scrivere a Giulia per farle sapere quello che era successo e chiederle aiuto. Scrisse la lettera intingendo un rametto sottile nel succo delle fragole e mandò Carletto a spedirla. Dopo due giorni Giulia arrivò accompagnata dal padre. Si era portata una valigia piena di fogli e di fotografie di Camillo. Fecero dei cartelli con scritto "Cercasi Camillo", appiccicarono la sua foto e scrissero il numero di telefono e l'indirizzo. Ne presero poi un po' ciascuno, andarono per la collina e lungo la strada ad attaccarli nei posti dove la gente passava.
Carletto avvertì anche gli gnomi, che si diedero un gran da fare e sparsero la notizia tra tutti gli gnomi dei boschi perché stessero all'erta.
Poi tornarono tutti sulla collina e cominciarono ad aspettare. Passarono i giorni e le speranze di ritrovare Camillo cominciavano a diminuire.
Gli gnomi si sentivano un po' responsabili per aver trattenuto Carletto così a lungo e Carletto continuava a ripetere che era solo colpa sua. Giulia era molto triste e non riusciva nemmeno mangiare.
Piera, invece, aveva fatto un bellissimo sogno ed era di buonumore. I suoi sogni erano magici e non poteva raccontarli, altrimenti non si sarebbero avverati. Sapeva che l'attesa non sarebbe stata molto lunga e avrebbero rivisto Camillo molto presto.
Infatti, non passò nemmeno un giorno che Camillo arrivò correndo e abbaiando tutto felice. Fu un momento di grande gioia per tutti, accorsero perfino gli gnomi (che mai uscivano dal bosco!), Giulia abbracciò forte il suo amico e pianse per la gioia. Piera vedeva avverarsi il suo sogno per filo e per segno ed era tanto felice. Poi tutti chiesero a Camillo di raccontare quello che gli era successo.
Camillo disse che il signore che l'aveva preso altro non era che un uomo molto triste che aveva perso il suo cane. Camillo gli somigliava moltissimo e così, per un attimo aveva creduto di ritrovarlo. Camillo si era commosso e non era riuscito a dirglielo subito, così era rimasto con lui un po' di giorni, ma la voglia di rivedere i suoi amici era troppa, così aveva detto al signore la verità e lui l'aveva riportato sulla collina.
Gli amici finalmente riuniti decisero allora di fare una gran festa. Gli gnomi portarono una montagna di cose buone da mangiare, Giulia fece suonare i suoi dischi e tutti danzarono.
Alla festa fu invitato anche il signore triste che finalmente, dopo tanto tempo, sorrise. Da quel momento divenne un grande amico di tutti e non smise mai di venirli a trovare.
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La lumaca senza conchiglia |
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C'era una volta una lumaca.
Il suo nome era Lumy e viveva dentro un albero con i suoi genitori e suo fratello Maky.
Lumy era una lumaca diversa dalle altre perché era nata senza conchiglia.
Lei non lo sapeva o forse fingeva di non sapere che non era l'unica ad essere nata senza conchiglia. Infatti, nella città di Lumacalandia, erano molte le lumache che si erano costruite la conchiglia da sole o perché nate come lei o perché si era rotta.
A lei non importava che vivendo in quel modo avrebbe sofferto il freddo perché stava sempre chiusa in casa.
Passava ogni notte a mangiare foglie e andava a dormire molto tardi.
La mattina, mentre la sua mamma e il suo papà andavano a cercare foglie da portare a casa,e mentre Maky usciva per giocare con le altre lumache, lei stava a letto e si alzava solo quando era ora di mangiare.
Viveva male Lumy perché così facendo si perdeva tutte le giornate di sole della sua vita. Il sole ogni giorno passava anche dalla sua casa per salutare i suoi amici, ma lei credeva che lui non fosse anche suo amico.
Si era convinta di non avere nessun amico perciò, anche se il sole la chiamava,lei non rispondeva. Maky cercava di farle capire che lei non era sola e le diceva che potevano andare a giocare anche con le altre lumache ,tutti insieme,se solo si decideva ad uscire di casa.
Ma lei si ripeteva che era timida,che non poteva farci niente,così gli anni passarono uno dopo l'altro. Maky e Lumy erano grandi ormai e i loro genitori stavano invecchiando.
Lumy non aveva costruito la sua conchiglia però si era costruita un mondo tutto suo dove si illudeva che sarebbe stata bene come in quello vero.
Si sbagliava e il suo modo di vivere la stava facendo ammalare. Infatti, il freddo che non sentiva da piccola adesso lo sentiva. Non ascoltava nessuno e quando lo faceva,dopo un po’, tornava a fare tutto come prima. Andava a letto tardi e si alzava tardi.
Mangiava molto perché non voleva pensare che da sola avrebbe dovuto costruire la sua conchiglia. Preferiva vivere così, stordendosi nel sonno e nel cibo,senza cominciare a darsi da fare. Le minacce dei genitori erano inutili perché credeva volessero solo spaventarla.
Le dicevano che doveva vivere la sua vita ogni giorno come fosse l'ultimo perché quando il contadino le avrebbe trovate non ci sarebbe stato più tempo per pentirsi e chiedere aiuto.
Rideva a queste minacce e nella sua mente dava la colpa a tutti tranne che a se stessa. Un giorno Maky sparì insieme ad altre lumache senza lasciare traccia.
Erano tutti spaventati a Lumacalandia e in particolare Lumy che, oltre ad esser preoccupata per il fratello,cominciava a pensare che la storia del contadino fosse vera.
Dopo tre giorni Maky tornò a casa.
Era tutto spaventato e tremava. La mamma lo abbracciò dicendogli che era tutto finito,di non avere paura che lì era al sicuro. Dopo un po' di tempo Maky raccontò quello che gli era successo. Un enorme essere l'aveva preso insieme alle altre lumache e lo aveva intrappolato in una grossa cesta.
Era il contadino che li stava portando a casa per mangiarli tutti. Dopo aver tolto la conchiglia d'ognuno li gettò in una pentola enorme riempita d'acqua bollente. Senza accorgersene il contadino aveva fatto cadere Maky che con tutta la velocità che poteva si allontanò da quella casa.
Mentre si allontanava sentiva le lumache più piccole urlare per il dolore.Quelle più grandi avevano accettato quello che stava succedendo perché sapevano che non potevano opporsi.Erano lì, immerse nell'acqua, ma non sembravano far caso al calore dell'acqua e dicevano alle lumachine di farsi coraggio, che presto sarebbe tutto finito,di pensare alle cose belle della loro vita senza rimpiangerle. Maky adesso era lì, nella sua casa,aveva smesso di tremare nonostante fosse senza conchiglia. Disse a Lumy che non aveva vergogna di come era diventato e andò subito a morsicare un pezzo di legno per costruirsi una nuova conchiglia. Lumy ammirò il suo coraggio e, mentre i genitori lo guardavano felici e contenti, cominciò anche lei a crearsi la sua conchiglia.
<BR<>Emanuele M.
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Il bambino che non aveva la televisione |
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Storia scritta da mamma Matilde
Pirulicchio di Sotto è una piccola cittadina ai piedi delle montagne, là dove il corso del fiume si fa più largo e placido. Qui vive Giosuè.
Giosuè è un bambino come tutti, va a scuola, fa i compiti, gioca, si lava le orecchie solo quando la mamma glielo ricorda e si mette di nascosto le dita nel naso. A differenza di tutti i suoi amici, però, Giosuè non ha la televisione.
Non che questo gli pesi; a lui infatti piace moltissimo disegnare, colorare e fare tanti giochi, da solo e in compagnia dei suoi amici.
Al tempo di questa storia c'era un solo momento in cui questa mancanza si faceva sentire: il giovedì mattina.
La sera precedente, infatti, tutti i suoi compagni di classe guardano un popolare sceneggiato televisivo a puntate e la mattina dopo, in attesa che la maestra arrivasse in classe, era tutto un chiacchierare delle vicende dei personaggi. "Certo che lui è proprio forte!", "E lei, che sangue freddo!" "Hai visto con che sguardo ha cacciato quegli intrusi?"… insomma, il giovedì mattina Giosuè si sentiva proprio tagliato fuori.
Una sera di primavera Giosuè era affacciato al balcone per godersi i primi tepori, quando sentì arrivare dalle case vicine i rumori delle televisioni accese: una musica qua, una voce là………idea! Perché non ascoltare il film del mercoledì e, con un po' di intuito, ricostruire la trama? Il mattino seguente anche lui avrebbe potuto partecipare alle chiacchiere dei compagni di scuola.
Detto, fatto. Il mercoledì seguente Giosuè, finito che ebbe la cena preparata dalla mamma, sistemò il suo sgabellino sul terrazzo ed attese.
Non passò molto tempo che subito si diffusero le note della sigla d'inizio, Giosuè tese le orecchie. Subito voci maschili e poi le note di un pianoforte. "Ecco, sì, … lui fa il musicista, e si sa, non è così facile trovare lavoro, adesso sta facendo un'audizione per un concerto importante, ecco perché la voce di prima era così emozionata". Poi ancora un rumore di voci, un uomo e una donna, una discussione, il pianto di un bambino, una porta sbattuta…"Ah! Sì, sì, ho capito, lui ha la possibilità di lavorare in un'orchestra importante, ma in un paese lontano e lei non vuole che lui parta, perché c'è il bimbo…". E poi ancora il rumore dei grilli e dei sussurri "Ecco, adesso è sera, sono seduti sul dondolo di fronte a casa, il bimbo si è addormentato e anche loro hanno fatto pace, lui partirà". La sirena di un'ambulanza, rumore di passi "Accidenti, deve essere successo qualcosa al bambino, lo stanno portando in ospedale…e il papà è così lontano". Il rombo di un aereo, poi una voce femminile che canta una ninna nanna "Ecco, sì, lui sta tornando di corsa, ha lasciato il palco appena finito il concerto ed ha preso il primo aereo. Ma, quando è arrivato, il bimbo stava già meglio e vicino a lui la mamma canta per farlo addormentare". E poi ancora risate, rumore di bicchieri… "Sì, sì, adesso va tutto bene. Il bambino è tornato a casa guarito e anche lui ora suona in un teatro importante e stanno festeggiando". Un'allegra musichetta segna la sigla di chiusura.
"Fantastico," pensò Giosuè "non è stato poi così difficile. Si, ogni tanto si sentivano in lontananza degli spari e dei rumori motociclette, ma devono essere i ragazzi più grandi con i motorini, giù in piazza che ogni tanto giocano con i petardi".
Il giorno seguente Giosuè arrivò a scuola con un sorrisetto furbo sulle labbra e, mentre i suoi compagni si radunavano in classe, aprì l'astuccio ed iniziò a temperare le matite colorate con fare disinvolto. "Hai visto che roba, ieri sera?" cominciò a dire un ragazzino con le lentiggini sul naso. Con naturalezza Giosuè si inserì nella discussione "Sì, è stato molto emozionante soprattutto quando lui, là sul palco, prendeva gli applausi e poi, che corsa ha dovuto fare per prendere l'aereo! Meno male che la malattia del bimbo non era grave, e che bella voce ha la mamma!". Giosuè sollevò lo sguardo dalle matite con un certo orgoglio e …venticinque faccine lo guardavano ammutolite, bocca ed occhi spalancati. "Ma tu che film hai visto?", gli chiese una bimba con le trecce, "sembra bellissimo. Noi abbiamo visto il solito poliziesco del mercoledì: rapine, spari, inseguimenti della polizia".
Eh sì! Giosuè aveva ascoltato i rumori della città ed aveva creato una storia tutta nuova.
Ora gli amici di Giosuè non guardano più la televisione il mercoledì sera. Tutti sul balcone, seduti sul proprio sgabellino, ascoltano suoni, voci e rumori nell'aria calda dell'estate e la mattina seguente, a scuola, si raccontano storie bellissime.
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Carlotta che parlava solo con il suo cane |
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C’era una volta, non molto tempo fa, una bambina di nome Carlotta che parlava solo con il suo cane.
I genitori erano molto preoccupati e tristi e non sapevano cosa fare. Ogni settimana la portavano da un dottore diverso, per vedere se c’erano speranze, ma niente. Carlotta continuava a parlare solo con il suo cane. Dato che non andava ancora a scuola, non poteva scrivere bigliettini e così doveva spiegarsi a gesti. A dire la verità a lei non sembrava un problema, anzi, per lei era normale. Lei si divertiva moltissimo a fare il gioco dei gesti, ma i genitori erano spesso di fretta e non avevano il tempo di indovinare quello che Carlotta voleva dire, così s’innervosivano e si arrabbiavano. Naturalmente la bambina era molto dispiaciuta di far arrabbiare la sua mamma e il suo papà.
Quando parlava con il suo cane usava una lingua che nessuno capiva, tranne lui, naturalmente. Il suo nome era Timoteo. Carlotta giocava solo con lui e avrebbe tanto voluto essere anche lei un cane. Pensava che sarebbe stato più facile essere felici.
I giorni della settimana che preferiva, erano quelli in cui papà e mamma erano a casa da lavorare e lei poteva giocare al gioco dei gesti, ma senza aver paura di farli arrabbiare.
Durante uno di questi giorni il papà e la mamma di Carlotta decisero di fare una bella gita allo Zoo. Erano curiosi d vedere come si sarebbe comportata la loro bimba di fronte a tanti animali. Carlotta sembrava felice e passò tutto il viaggio a parlare nella sua strana lingua con Timoteo, che la guardava un po’ preoccupato. Il cane era impaurito all’idea di incontrare tanti animali esotici, alcuni anche molto pericolosi.
Arrivati allo Zoo, Carlotta fu molto sorpresa, proprio non s’immaginava che gli animali fossero tutti in gabbia e cominciò a guardarsi intorno con aria molto triste. Timoteo, invece, era sollevato. I suoi genitori erano stupiti, credevano che sarebbe stata felice di vedere gli animali di cui aveva sentito parlare nelle favole e aveva visto nei documentari, alla televisione. Invece, Carlotta cominciò a piangere in silenzio, ma solo per pochi istanti. Poi si asciugò le lacrime con la manica del cappottino, prese per mano i genitori, fece cenno a Timoteo e si diresse di gran fretta verso le gabbie. Davanti a ogni gabbia si fermava e cominciava a parlare nella sua lingua. Gli animali, sorpresi, si avvicinavano timidi e sembravano capirla e risponderle. Carlotta, dopo aver parlato con tutti, si sedette su una panchina, accarezzò il suo cane teneramente, poi si rivolse ai genitori e disse: - adesso vi racconto tutto quello che mi hanno detto, va bene? -.
Fu così che Carlotta cominciò a parlare e raccontò per filo e per segno tutto quello che gli animali dello Zoo le avevano raccontato. Alcuni non si ricordavano nemmeno da dove venivano, altri erano nati lì e non conoscevano nessun’altro posto che la loro gabbia. Altri però, quelli più anziani, ricordavano molto bene i racconti che gli venivano raccontati da cuccioli e sapevano cosa avevano perso. E mentre raccontava, intorno a lei si radunavano altri genitori con i loro bambini e tutti ascoltavano con grande attenzione le parole di Carlotta.
Alla fine del racconto, tutti capirono che dovevano proprio fare qualcosa per quegli animali e parlavano di riunirsi per decidere. Fermi tutti! – disse Carlotta – ma dove andate?!?, se volete fare qualcosa, allora chiedete a loro cosa vogliono!. E così fecero. Gli animali risposero tutti la stessa cosa: - portateci a casa! -. Genitori e bambini allora andarono tutti dal direttore dello Zoo, che non credeva alle sue orecchie quando gli raccontarono tutta la storia di Carlotta, della sua strana lingua e di quello che aveva saputo dagli animali. Ci vollero un po’ di giorni a convincerlo, ma alla fine non fece obiezioni, perché, in fondo, riportare gli animali a casa gli sembrava proprio la cosa più giusta da fare.
La notizia della liberazione degli animali si diffuse e in poco tempo molti altri Zoo seguirono l’esempio. Fu così che Carlotta divenne famosa tra gli animali di tutto il mondo, il suo cane Timoteo fu molto orgoglioso di lei e i genitori ritrovarono la serenità
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C'era una volta... un Angioletto di nome Serafino |
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Storia scritta da Francesco Castronovo
C'era una volta...
un Angioletto di nome Serafino, che viveva in cima all' Arcobaleno. Tutta la sua vita erano i Colori.
Gli piaceva giocare con il verde, così le mani gli si erano tinte di verde. A forza di passeggiare sul giallo i piedi gli erano diventati gialli. A furia di guardare il rosso gli erano diventati gli occhi rossi. Il suo passatempo preferito era quello di sognare con la testa infilata nel blu, finché i suoi riccioli avevano cominciato a scintillare azzurrini.
Un bel giorno, mentre stava passeggiando, prese uno scivolone giallo, e cadde a testa in giù sulla terra, facendosi un gran bernoccolo.
Al risveglio, si era dimenticato chi fosse e da dove veniva, così, vedendo gli uomini, credette di esserlo anche lui e volle fare amicizia con loro. Ma il primo ad incontrarlo fu un contadino che, vedendo le sue mani verdi, pensò: questo non è buono a lavorare, meglio tirare dritto.
Poi incontrò un viandante che non appena vide i suoi piedi gialli disse: questo non è un buon camminatore, meglio che vada da solo.
Una donna bellabella, al solo vederlo, esclamò: con questi occhi rossi non può di certo apprezzare la mia bellezza, così girovolse il nasino indignato e andò via.
Infine incontrò un prete, che al solo vederlo con quei capelli azzurri, si fece il segno della croce e fuggifuggi.
Allora il nostro angioletto, tutto sconsolato, si mise sotto un albero di mele, finché non si addormentò. Si levò un forte vento che scosse l'albero finché una mela cadde esattamente sul bernoccolo di Serafino. Al risveglio, la memoria gli era tornata ed ebbe nostalgia dell'Arcobaleno, ma ormai, dopo aver conosciuto gli uomini, provava il desiderio di portarli con sé, sull'arcobaleno. Così, decise di andare nella grande foresta, in cerca di consiglio.
Errando tra viottoli cespugli e sentieri, si imbattè in una pigna e la raccolse per mangiarsi un pinolo. Ma, oh meraviglia, vi trovò inciso sopra, piccolo piccolo, l' indirizzo del grande scoiattolo saggio e decise subito di raggiungerlo. Superato il campo del prato, giunse al viale dei pini, e lì sull'ottavo ramo del pino più alto, vide lo scoiattolo saggio che stava giocando con un trenino di legno.
Dopo aver ascoltato la sua storia, lo scoiattolo squittì per l'entusiasmo e mettendosi a sedere sulla propria coda disse: la tua storia mi è talmente piaciuta che non solo ti darò un consiglio, ma ho deciso di venire anch' io con te:
Gireremo per il mondo con il nostro trenino di legno e ogni volta che troveremo qualcuno che strofinerà il naso col nostro a mò di saluto come gli eschimesi, vorrà dire che avremo trovato un nuovo compagno di viaggio. Quando tutti i vagoni saranno riempiti, potremo andarcene sull' arcobaleno.
E così fu, andarono per valli e laghi, ed ogni volta che qualcuno strofinava con loro il naso, dolcemente ... lievemente ... delicatamente ... lo portavano con loro sul trenino. Quando tutti i vagoni furono riempiti, tornarono ai piedi dell' arcobaleno e da lì, sulla cima.
E là come per incanto, tutti gli occupanti dei vagoni si trasformarono in tanti angioletti scintillanti come Serafino, il quale, finalmente, poteva guardarsi negli occhi con l' angioletto rosso, giocare con l' angioletto verde, passeggiare con l' angelo giallo e sognare con la testa tra le nuvolette con l' angelo azzurro...
Se qualche volta vi dovesse capitare, guardando l' Arcobaleno , di scorgere un piccolo puntino marrone saltellare da una parte all' altra, non meravigliatevi: è lo scoiattolo saggio, a cui piace divertirsi così: zompettare tra i colori dell' arcobaleno come una nota matta tra le corde di un'arpa... allo stesso ritmo respirorespiro...
di tutti quei cuori che sanno ancora ascoltare le favole...
Fine...
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